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Memorie, di Roberta Turci

Per molti anni, credo dopo aver visto il film Olocausto al Cineforum (era il 1979), ho rimosso i contenuti e gli avvenimenti legati alla Shoah. A scuola ero brava, ma odiavo la storia, e per fortuna “quella” era troppo recente perché i programmi scolastici mi costringessero a studiarla bene. E comunque, quello che mi hanno fatto studiare, è come scivolato via. Qualche anno fa, per un po’ di tempo, ho persino preso in considerazione la teoria dei negazionisti.

Non poteva essere successo davvero. Provavo – e provo ancora – un male fisico ogni volta che mi soffermavo a pensarci.

Qualche volta, riferendomi a vicissitudini dolorose della mia vita attuale, scherzando ho pensato a voce alta di essere una reincarnazione di Hitler, tornata a pagare il conto.

Quando, un paio di anni fa, mi sono sottoposta a sessioni di regressione evocativa, o ipnosi regressiva alle vite passate, ho “scoperto” di non essere stata Hitler, ma un suo stretto collaboratore.

Faccio una doverosa premessa sulla cosiddetta ipnosi regressiva. Quando si vive un’esperienza di quel tipo, fondamentalmente viene indotta una condizione di rilassamento profondo che corrisponde a una sorta di “disattivazione” dell’emisfero sinistro (quello logico-razionale), e progressivamente si ottiene un’attivazione dell’emisfero destro, quello creativo-intuitivo. L’emisfero destro è il canale attraverso il quale l’anima comunica con il corpo e con la mente: ci accompagna in un luogo fuori dal tempo, nell’etere, o Akasha, dove sono conservate le memorie di tutti i tempi. L’emisfero destro comunica per immagini, simboli, archetipi. Pertanto, indipendentemente dalla possibilità di verificare se sul piano materiale, in un punto preciso del Tempo, qui sulla Terra, abbiamo davvero avuto quel nome e quel corpo e abbiamo vissuto in quel luogo, con una regressione evocativa si portano alla memoria cosciente, immagini che sono da sempre presenti nel nostro inconscio. Ma ciò che è nascosto, relegato nel buio del mondo infero, è infinitamente potente. Richiamare quelle immagini toglie loro potere e lo riconsegna nelle mani della personalità che, nel qui e ora, sta svolgendo il compito consegnatole dall’anima.

Poco importa, quindi, avere la prova che le cose siano andate veramente così. Quello che conta è che l’anima ha registrato quell’immagine, e ha in sé quella qualità energetica, ed è perciò necessario riconoscerla e integrarla per toglierle potere. Le immagini che emergono dall’inconscio vanno dunque pacificate, e questo processo non può essere fatto a livello mentale, ma solo energetico.

La mia anima, a qualche livello, ha indossato un abito nazista, ha servito le SS, ed è stata incapace di provare compassione anche per le persone più care; nel momento del distacco dal corpo in quella vita, ha realizzato l’atrocità del sistema a cui si era asservita la personalità. La morte è sopraggiunta in completa solitudine e disperazione, vedendo alfine l’importanza dei sentimenti veri e di prendersi cura dell’altro, del diverso. L’abito che ha lasciato era quello di un colonnello ungherese naturalizzato austriaco al servizio delle SS, un uomo che per sete di potere e denaro, si è fatto schiavo di un sistema che non ha poi esitato ad abbandonarlo, e ha rinunciato ad affetti e umanità.

In questa vita, il primo vestito di carnevale che ho scelto è stato quello tradizionale ungherese. La lingua  tedesca non ha mai avuto un suono duro per le mie orecchie. La mia pronuncia, anche al libello base, era ottima. Mia mamma, quando ero adolescente, diceva che ero una tedesca, dura e fredda. E testarda.

Forse il male fisico che sento quando si parla di Shoah è senso di colpa, è vergogna profonda per aver partecipato a quell’orrore.

In famiglia se ne parlava. Il fratello di mio nonno paterno fu ucciso a Mauthausen. Nascondeva gli ebrei nei sotterranei di quella che oggi è la Libreria Esoterica di via Unione a Milano. Mio nonno faceva l’intagliatore di legno, e preparava i timbri per falsificare i documenti. Mio padre, allora bambino, li portava di nascosto allo zio, che, quando fu arrestato, non rivelò mai la complicità del fratello, già sposato e padre, per proteggerlo. Il suo nome figura nell’elenco dei deportati italiani morti a Mauthausen, nel testo di Vincenzo Pappalettera ‘Tu passerai per il camino’ – (Mursia, 1965). Ricordo quando mio nonno, il mio caro nonno Vittorio, ne parlava. Ha sempre portato un’infinita tristezza nel cuore in memoria del suo amato fratello Placido. Volle essere cremato alla sua morte, come lui lo era stato da vivo.

 

A pensarci bene, credo che siano molte le anime incarnate in questo tempo, che hanno indossato “abiti” nazisti all’epoca della Shoah, o altri “abiti” comunque coinvolti in gesti efferati, in guerre, in azioni violente e ingiuste. Credo che nella storia del mondo ci siano stati e ci siano ancora olocausti e Shoah, forse meno eclatanti ed evidenti, ma non meno tragici. Ciclicamente, le anime si incarnano nel ruolo di vittime e di carnefici, fino a che non imparano la lezione suprema, l’Amore incondizionato. L’Universo ha metodi imperscrutabili per farci evolvere e procedere verso l’Assoluto.

Credo semplicemente che nulla è accaduto (né ACCADE!) ad altri, in un luogo straniero, diverso, inaccessibile alle coscienze. Nulla è tanto lontano, né nel tempo né nello spazio, da non riguardarci.

Credo che la Giornata della Memoria sia, come tutte le celebrazioni, profondamente inutile se non ci chiediamo quale memoria stiamo usando. Quella della mente razionale, o quella dell’anima? Quella legata al tempo lineare, che fa apparire il passato immutabile, o quella fuori dal tempo, eterna eppure mutabile?

Credo che ogni anima debba fare i conti con se stessa, nel proprio mondo infero. Le cause non sono mai fuori. Le cause, che non sono altro che manifestazioni sul piano materiale di un effetto già deciso, perché necessario all’evoluzione, sono dentro. E su quelle abbiamo sempre potere, se lo vogliamo. Possiamo sempre cambiare le cose, anche quando sembra di no.

Se ricordiamo con la mente, domani dimentichiamo.

Se ricordiamo con l’anima, siamo sempre lì, con quello che è stato, è e sarà, e possiamo cambiarlo. Non è un ricordare, è un risvegliare, contattare, abbracciare quello che è stato, inondarlo di compassione e Amore, e pacificarlo. Per sempre.

Solo così, potremo evitare che accada ancora.

Con amore,

Roberta

Pubblicato da illuminamilanima

Chimico, Counselor, Astrologa. Parola chiave: trasformazione