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“Ad Astra”: il viaggio metaforico di un ragazzo che diventa uomo, uccidendo (l’immagine di) suo padre, di Roberta Turci

Fino a qualche anno fa, andavo dicendo di non amare i film di fantascienza. Non ho mai creduto nell’esistenza degli alieni, e continuo a non crederci. A mano a mano che passano gli anni, sono sempre più convinta che tutto è simbolo, proiezione, sogno, e che gli alieni che l’immaginario collettivo cerca, rappresentano ciò che abbiamo dentro, ma che non abbiamo il coraggio di guardare. Così, lo proiettiamo fuori, gli diamo una connotazione mostruosa, lo associamo al pericolo, e cerchiamo anche di passare per eroi ogni volta che ci avventuriamo alla scoperta di nuovi mondi. Oppure ci illudiamo che saranno gli alieni a salvarci, così da avere un alibi perfetto per non assumerci responsabilità. In realtà, l’unico mondo da scoprire è quello dentro di noi.

Ad astra” (Fino alle stelle) è un film di fantascienza che parla proprio di questo. D’altronde, ho scoperto che la fantascienza, così come il fantasy, è fatta di metafore che rappresentano i viaggi interiori nella nostra psiche profonda.

Nel film, da pochi giorni uscito nelle sale italiane, il protagonista, Roy, interpretato da Brad Pitt, è un astronauta concentrato sulla propria realizzazione professionale, e incapace di farsi coinvolgere nelle relazioni affettive.

Per lo spettatore superficiale, Ad Astra sembrerà il solito film di fantascienza, persino lento e un po’ banale. Ma Ad Astra non è un film da guardare con l’emisfero sinistro. È una metafora che parla del viaggio di un adolescente che ha perso il padre e non smetterà mai di cercarlo, finché non lo troverà dentro di sé.

Quando Roy ha solo 16 anni, suo padre, astronauta pioniere considerato da tutti un mito, parte per la missione più straordinaria di sempre, alla ricerca di un’intelligenza aliena su Nettuno. Roy si sente abbandonato, e cristallizza il proprio dolore. Incapace di elaborare il lutto, coltiva inconsciamente la speranza di un suo ritorno, e al tempo stesso lo fa rivivere in sé, intraprendendo la sua stessa carriera. Roy è solo, e arrabbiato con il padre, così controllato dalla propria rabbia, da non potersi concedere di dare e ricevere amore.

Quando la Terra viene minacciata da un pericolo proveniente proprio da Nettuno, dove potrebbe trovarsi ancora suo padre, a Roy viene chiesto di comunicare con lui. In un primo momento, sarà tenuto all’oscuro della verità, e usato come strumento per distruggere la base spaziale da cui proviene il pericolo, ma a un certo punto sarà per lui inevitabile scoprire che suo padre non è l’eroe che tutti avevano creduto che fosse.

Cos’è successo a mio padre? Si è rotto qualcosa in lui o è sempre stato così?” si chiede. Devo accettare di non averti mai conosciuto veramente, oppure io sono te, sospinto nello stesso buco nero?

Nettuno può rappresentare l’idealizzazione, ma anche l’amore incondizionato. Un adolescente che perde il padre, inevitabilmente lo idealizza. Un padre che non c’è, è spesso sostituito dall’immagine di un eroe al quale ispirarsi. E non parlo solo di perdita fisica. Un padre può essere presente fisicamente, ma assente affettivamente: nella maggior parte dei casi, accade che il genitore non sia quello di cui il bambino avrebbe bisogno!

Ma un adolescente non può diventare uomo se non distrugge l’immagine del padre, e non impara ad amare l’uomo imperfetto che egli è stato, trasformando la rabbia causata dall’abbandono, o dal rifiuto, in amore incondizionato. Se un adolescente non fa questo passaggio, sarà inconsciamente obbligato a ripetere lo stesso modello (o a contrapporsi ad esso, che è la stessa cosa!). 

Il protagonista del film viene tenuto all’oscuro della verità su suo padre (come spesso accade nella storia familiare!) ed escluso dalla missione che dovrebbe distruggere il progetto al quale il genitore lavorava da anni. Ma Roy, messo di fronte alla verità, decide di andare personalmente ad affrontare il padre. Si introduce furtivamente sull’astronave in partenza per Nettuno, ma l’equipaggio, che ha ricevuto l’ordine di neutralizzarlo, muore durante le colluttazioni. D’altronde, guardare in faccia il proprio padre per quello che è, e decidere di uccidere l’immagine che ci si è costruiti di lui, è un viaggio che si deve affrontare da soli.

E mentre fluttua nello spazio, ancora una volta da solo, alla volta dell’astronave sulla quale potrebbe ritrovare suo padre, pensa:

Per tutta la vita sono stato terrorizzato di affrontarlo…Lo sono anche adesso…

Cosa mi aspetto? 

Alla fine il figlio soffre per i peccati del padre.”

Ecco la presa di coscienza: se l’eredità psicologica non viene raccolta, affrontata, e compresa, condiziona la vita dei discendenti fino a che qualcuno non riscatta tutta la genia. 

Quando Roy finalmente incontra il padre, lo mette di fronte al proprio dolore di figlio abbandonato, ma la ferita viene lacerata ancora di più:

“Sapevo di rendere tua madre vedova e te orfano, ma ho trovato il mio destino.”

Amare qualcuno significa rispettare la strada che ha scelto, anche quando questo ci fa sentire soli.

Eppure Roy spera ancora di poterlo riportare a casa.

Non ho mai sentito la mancanza di casa. Questa è casa”, gli dice suo padre.

Non c’è modo di sfuggire al dolore di un abbandono. Quella rabbia la devi affrontare fino in fondo. 

Il bambino parla sotto il casco dell’astronauta. Gli dice:

Ti voglio ancora bene. Ti porterò via.”

Ma a chi vuole bene? A un’immagine, a un’idea? E l’uomo gli risponde:

No, ho del lavoro da fare. Devo trovare vita intelligente.

Egoista e perfezionista, freddo, solo, come d’altronde lo stesso Roy. In trent’anni non è riuscito a trovare nessun’altra coscienza, ma non vuole arrendersi. Al figlio dice che ammira il suo coraggio per essere arrivato fin lì da solo. 

E sì, ci vuole coraggio per andare a vedere chi è veramente tuo padre. È l’unico modo per poterlo amare davvero, staccarsi da lui, e diventare protagonista della tua vita.

Ma la verità è che Roy non è ancora pronto per lasciarlo andare. Vuole riportarlo sulla Terra. Il bambino vuole ancora il suo papà. Come se fosse possibile tornare indietro. 

Ma il padre riesce solo a vedere in lui un valido collaboratore per continuare le sue ricerche.

Tu e io insieme dobbiamo continuare per trovare quello che la scienza dice che non esiste…Non puoi lasciarmi fallire.”

L’ego del padre è troppo grande. 

Non sa amare. 

Vuole solo il potere. 

Perfetto simbolo del vecchio paradigma!

Il figlio vuole ancora credere che potrà ritrovare l’immagine di suo padre: “Non hai fallito. Adesso sappiamo. Noi siamo tutto ciò che abbiamo”.

Esatto, è così. Noi siamo tutto ciò che abbiamo. Non c’è niente là fuori che non sia già dentro di noi!

Ma il padre, trascinato nello spazio per fare ritorno sulla Terra, riuscirà solo a gridare al figlio: ”Lasciami andare! Sganciami, figlio mio!

È quello che dobbiamo fare tutti: sganciare i nostri genitori. Gli eroi sono tutti orfani. 

Il dolore è troppo grande. Sembra tutto inutile, tutto perduto. L’infinità dello spazio vuoto è l’abisso che ci portiamo dentro. Quando un lutto non viene elaborato, si vive la vita di qualcun altro, non la propria. E niente è mai abbastanza.

Perché andare avanti? Perché continuare?”, si chiede Roy.

Per andare avanti, bisogna tornare indietro. Recuperare l’eredità. Per trasformarla. Per onorarla. E lui ritorna su Nettuno per recuperare il lavoro fatto dal padre e consegnarlo alla scienza. Non si può ignorare quello che è stato. 

Aveva raccolto dati di Mondi insoliti e distanti come mai fatto prima …

Erano bellissimi, ma sotto la superficie non c’era niente…

Riusciva a vedere quello che non c’era e si è perso quello che aveva di fronte.

Non c’è niente da trovare là fuori. Non ci sono mondi lontani che ci minacciano, ma solo ombre dentro di noi. Né vite intelligenti che ci salveranno: l’unica coscienza di cui abbiamo bisogno è nel nostro cuore.

E mentre ritorna sulla Terra, dopo aver distrutto la base spaziale nettuniana (l’immagine illusoria!) e ucciso suo padre, si rende conto di quanto è bella la Terra, di quanto tutto quello che gli serve sia sempre stato lì…

Attendo il giorno in cui finirà la mia solitudine e sarò a casa”

Solo lasciando andare la rabbia e uccidendo l’immagine del padre, che si è costruito da bambino per lenire il dolore, può finalmente darsi il permesso di amare davvero. 

…Io vivrò e amerò. Invia.”, sono le ultime parole del film.

“Invia”, cioè “non sono più solo”, “sono in grado di connettermi con te”.

Il viaggio metaforico di un ragazzo che diventa uomo, uccidendo suo padre. È il viaggio di tutti, soprattutto di chi ha perso il padre da bambino o da adolescente, o non ha mai sentito di averne uno. Lo spazio è ancora una volta solo un simbolo, è il buio dell’ignoto, l’ombra che ci portiamo dentro, e il viaggio dell’eroe è il passaggio obbligato, l’unico possibile per trasformare la rabbia e il dolore in amore incondizionato. 

Come in alto, così in basso. Lo spazio infinito e le stelle, così come gli inferi, il regno di Ade, l’inconscio. Ci vuole grande coraggio per non perdersi.

Visibile e invisibile sono la stessa cosa, e il velo che li separa è solo Amore che manca. Ci vuole amore per sé stessi perché il velo cada. 

Roberta

Pubblicato da illuminamilanima

Chimico, Counselor, Astrologa. Parola chiave: trasformazione